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Tosca Giordani cittadina onoraria di Nomi
L.N. - 18 giugno 2018

Votare non si poteva. I pantaloni, per le donne, erano proibiti e anche parlare di certi argomenti era un rischio. Oggi, che questi sono diritti acquisiti e dati per scontati, Tosca Giordani, classe 1922, ricorda con orgoglio gli anni di quella lotta. Nel giorno della Festa della Repubblica 2018 Tosca – nata a Pedersano e residente a Villa Lagarina – è diventata cittadina onoraria di Nomi. Alla presenza dei colleghi di Villa Lagarina, Pomarolo e Volano, il sindaco Rinaldo Maffei le ha consegnato la pergamena e ha sottolineato l’impegno dell’«operaia, partigiana, testimone e custode attiva della Costituzione». Quindi il presidente provinciale dell’Anpi, Mario Cossali, ha tracciato un profilo della ex partigiana. Oggi Tosca guarda con un certo rammarico al crescente disimpegno di molti verso la coscienza civile e alla sempre più massiccia astensione dal voto per il quale lei e i suoi genitori, al contrario, provarono un senso di libertà e riscatto


Tosca racconta volentieri gli anni del suo impegno. «Mi ha fatto piacere ricevere la cittadinanza di Nomi. Lì viveva mio nonno Giuseppe Perghem e, in casa sua, si parlava molto di Mussolini. Io e altre cugine giocavamo in un angolo di una grande stanza, al cui centro era un tavolo dove gli adulti si confrontavano. Noi giocavamo ma sentivamo».

Qualche anno dopo, Tosca frequentava le scuole elementari e la maestra assegnò la scrittura di un “diario” (un tema) su Mussolini. Proprio quel giorno venne a trovare lei e la sua famiglia il nonno, salito a Pedersano come era solito fare di tanto in tanto. A pranzo, la bimba disse che avrebbe dovuto fare quel compito, ma non sapeva cosa scrivere. «Allora il nonno mi disse che mi avrebbe raccontato qualcosa. Disse che Mussolini, allora socialista, era passato per Nomi a fare propaganda ma, sorpreso da una forte pioggia, non poteva tornare alla stazione di Rovereto. Era un ragazzo educato e intelligente, ma molto povero. Il nonno lo invitò a pranzo, proponendogli poi di portarlo in stazione col “biroc”. Arrivato in città, Mussolini chiese di comprarsi un cappello e il nonno lo portò alla Cappelleria Bacca, tuttora esistente. Il nonno restò fuori sul carretto, ma lo vide provare diversi cappelli. Uscì senza copricapo, dicendo che non aveva soldi. Fu il nonno a prestarglieli, con la promessa di riaverli alla prossima visita. Tempo dopo, Mussolini fece pervenire un biglietto a casa di Giuseppe: chiedeva di essere raggiunto in stazione a Rovereto, e di farsi portare a Nomi. Anche quel giorno pioveva e il nonno ricordava che le scarpe di Mussolini si impantanavano e la suola si apriva, come una bocca, a ogni passo. Mussolini chiese altri soldi, ma Giuseppe che non aveva ancora avuto di ritorno il primo prestito, gli propose di donargli un paio di scarpe che aveva a casa».

Questi semplici aneddoti finirono sul quaderno di Tosca che, l’indomani, andò a scuola felice di presentare un tema documentato e originale. «La prima ora c’era matematica, la seconda religione. Durante religione la maestra correggeva. Andammo a ricreazione e, al rientro, la maestra mi fermò alla cattedra. Ricordo che ero l’ultima: si entrava in fila indiana dal più piccolo al più alto e io ero molto alta. Disse che quanto avevo scritto era falso. Risposi che era tutto vero, ma lei strappò il quaderno, me lo lanciò in faccia e mi fece raccogliere i pezzi per buttarli nel cestino. Disse anche che mia madre doveva andare a scuola e, possibilmente, anche mio padre».

Tosca, quindi, andò a casa e dovette raccontare alla madre quanto accaduto. «Mi presi anche uno “scopelom”: la mamma disse che quelle cose non le dovevo scrivere. Fu allora che nacque la mia avversione per il fascismo. Da lì in poi mi rifiutai di partecipare al saggio del “sabato fascista”, che si teneva ogni quindici giorni davanti al monumento ai caduti a Villa Lagarina, coi bambini di Villa, Pedersano e Castellano: dicevo di aver mal di testa o mal di pancia».

Anni dopo Tosca iniziò a lavorare al cotonificio Piave, a San Giorgio a Rovereto e, attraverso la cugina Vincenzina, entrò in contatto con Giovanni Rossaro e il movimento partigiano. «La brigata era in crescita e servivano fucili. Bisognava andarli a prendere a Rovereto, a casa di Giovanni Calmasini, in corso Bettini che allora si chiamava corso Vittorio Emanuele. Ci andavo dopo le 11 di sera, finito il lavoro. Mi davano il fucile smontato e piegato, legato con una corda lo fissavo alla schiena. Avevo un cappotto: a quel tempo si usavano a forma di campana, molto ampi. Tornavo spingendo la bicicletta, perché l’arma impediva i movimenti. C’erano militari tedeschi a entrambi i capi del ponte di Villa Lagarina e mi facevano aprire la borsa. Tra i motivi per cui riuscii sempre a passare, ci fu il fatto che una donna veniva controllata meno di un uomo e, per giustificare il fatto che spingevo la bici, arrivavo lì con una ruota sgonfiata. Così ho portato fino a Pedersano una quindicina di fucili. Avevo ricavato una nicchia dietro la catasta di legna dell’androne di casa. Lì nascondevo il fucile e Rossaro passava a prenderlo».

Quei fucili, per fortuna, non furono mai usati perché qui non si svolsero mai veri e propri conflitti tra militari e partigiani. Oggi però torna con forza la voglia di rivendicare quanto sia stato difficile potersi esprimere allora. Ricorda ancora Tosca: «Il giorno della prima votazione, mia madre che era anche sarta mise un fazzoletto rosso nel taschino della giacca di mio padre e confezionò un vestito tutto rosso per sé. Per le figlie fece parti di vestito rosse. Furono in molti a guardarci storto, del resto da anni l’intera mia famiglia era “sotto tiro”: mio padre è sempre stato comunista».

C’è un altro aneddoto legato agli abiti: «Dopo il voto, mia madre volle confezionare dei pantaloni per le figlie: andò Rovereto a comprare un velluto fino, di colore grigio. Facemmo, ancora una volta, scalpore. In chiesa anche il parroco, dall’altare, tuonò contro il nostro abbigliamento. Mio padre andava a un’altra messa, la prima, quella dell’alba, quindi non era presente con me e mia madre in quel momento. Aspettò però il prete quello stesso giorno, fuori dalla chiesa. Gli chiese se non reputava più sconveniente andare in bicicletta con la sottana che si alza a ogni pedalata, piuttosto che indossare i pantaloni. Per una settimana tutti parlarono del nostro ardire, ma dopo un mese tutte le donne dei dintorni avevano un paio di pantaloni».

Tosca è impegnata, ancora oggi, con numerosi interventi nelle scuole del Trentino per portare la sua testimonianza e diffondere, specie tra i giovani, i valori di pace, libertà, solidarietà umana e riscatto sociale. «Sono molto bravi i ragazzi di Social catena – spiega – ci tengono a diffondere questi temi e a organizzare molte attività. Li ringrazio».

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