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La pittura di Franco Manzoni
L.N. - 24 aprile 2018

È stata inaugurata sabato scorso a Palazzo Libera, a Villa Lagarina, la mostra “La pittura di Franco Manzoni”, a cura di Mario Cossali. Spiega il curatore: «Un universo di segni e di colori che non si nega a nessuna interpretazione perché contiene la forza della natura come la tensione del sogno, l’estasi del piacere come l’aridità della solitudine e anche, ma sì, ammettiamolo, il mistero di una visione non prevista, sfuggita in qualche modo al controllo e volata libera nel suo cielo». L’esposizione resta aperta al pubblico, gratis come da sempre nella tradizione delle mostre di Palazzo Libera, fino al 27 maggio (mercoledì, giovedì, venerdì 14-18; sabato, domenica e festivi 10-18)


Continua dunque l’ininterrotta sequenza di mostre ospitate al piano terra di Palazzo Libera. Stavolta a esporre è Franco Manzoni, ecco una sua breve biografia.

Nasce nel 1964 a Trento dove vive e lavora. Cresciuto in un ambiente familiare denso di fermenti culturali e artistici, sin dall’adolescenza è affascinato dall’opera pittorica di ogni tempo che lo sollecita a esprimersi graficamente e pittoricamente. Ricchi stimoli gli giungono dall’incontro con gli amici artisti che frequentano la casa di famiglia (quali Paolo Vallorz e Riccardo Schweizer che apprezza le sue opere e lo invita a continuare). Franco Manzoni lavora in solitudine, ascoltando dentro le voci della pittura e della musica. Nel 1999 è in grado di mostrare una prima felice sintesi del suo quadro interiore; a dieci anni di distanza nel 2010 e 2011, due sue mostre personali vengono presentate da Andrea Villiani (allora direttore della Galleria Civica di Trento e in seguito direttore del Museo Madre di Napoli) e si delinea oggi un profondo itinerario evolutivo della sua arte.

Dal 1999 ha tenuto mostre in spazi pubblici e gallerie private e il suo lavoro è stato recensito su quotidiani e riviste di settore. Ha prestato la sua consulenza artistica per la realizzazione di opere in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero e per l’allestimento di set cinematografici. Dal 2013 il suo curriculum, con le pubblicazioni delle opere e l’intera rassegna stampa, è custodito presso l’Archivio del 900 del Mart.

 

La critica di Mario Cossali è intitolata “I cerchi nello stagno”

«Ho guardato attentamente più e più volte le opere pittoriche di Franco Manzoni, ho letto quello che è stato scritto di lui e della sua pittura, del suo linguaggio (non importa che a lui non piaccia che si parli di linguaggio, ma c’è sempre, mettiamoci il cuore in pace!) e del suo colore e come sempre più spesso mi succede ho continuato a interrogarmi senza risposte convincenti, al di là di un coinvolgimento partecipe e non privo di passione dello sguardo. Poi l’illuminazione è arrivata, e non è un caso, dalla lettura di alcuni versi, letteralmente trovati lungo il cammino, di un poeta dimenticato, Aldo Borlenghi.

“Come se al soffio del vento i fiori di tutte le piante si aprissero, lasciando piovere una fioritura miracolosa sul terreno, sento un sorriso nel cuore tripudio sereno al prossimo germogliare improvviso.

Ma non di piante forse né di cose che vogliano rompere la terra pel sole, è questa gioia, ma di sussurri che ora, quando mi desto, sento affievolirmisi intorno, e che a tratti mi fanno parere che io cammini in un altro mondo, d’aria e di luce.

Così, se una fanciulla ride mi par che con me rida d’un'unica cosa, quasi i suoi occhi gioiosi vedo abbandonati nei miei; per questo spesso socchiudo gli occhi, ascolto il mio respiro, e mi pare ch’io lo misuri su l’erbe che avvertono i venti”.

Così è la pittura di Franco Manzoni oggi, un sorriso nel cuore e un tripudio sereno, carica di sussurri che vanno e vengono in un mondo d’aria e di luce, mentre egli ascolta il suo respiro misurato su l’erbe che avvertono i venti. Noi possiamo cullarci stancamente sull’altalena stanca dell’espressionismo astratto, per non restare orfani di certezze scolastiche postmoderne, ma dobbiamo invece avere il coraggio di ripetere con Andrea Viliani, che si è occupato più volte di lui: “Ci sono anche, nelle conversazioni che abbiamo avuto con Franco, delle parole che in genere gli artisti non usano, come necessità, passione, trasporto, scoperta. Sembrano parole ‘ingenue’ a chi fa il mestiere dell’Arte e invece sono proprio le parole che credo sia più utile utilizzare per chi, nel suo percorso intellettuale, scopre l’Arte e la scopre da un altro punto di vista”.

Andrea Viliani aveva in testa più che altro i critici, anche se è vero che spesso molti artisti hanno un sacro pudore ad esprimersi direttamente sulla propria arte, sul proprio fare arte. Il problema sta tutto lì, nella consapevolezza che via via nel tempo va ad accrescersi nell’animo di Franco Manzoni di non riuscire ad esprimere né con le parole, né con la figurazione quello che ha dentro, quello che il cuor gli detta. Ecco da dove prende il largo l’imbarcazione della sua pittura, un universo di segni e di colori che non si nega a nessuna interpretazione perché contiene la forza della natura come la tensione del sogno, l’estasi del piacere come l’aridità della solitudine e anche, ma sì, ammettiamolo, il mistero di una visione non prevista, sfuggita in qualche modo al controllo e volata libera nel suo cielo.

Ma insomma, siamo ancora capaci di pensare alle nuvole, di vedere le nuvole? Dentro le nuvole possiamo leggere le forme che vogliamo, quelle che in quel momento meglio ci corrispondono e che meglio rispondono all’appello del nostro sentire, perché hanno la forza di contenerle. Dunque, hic Rodhus, hic salta, la tenuta di questa pittura sta tutta nella sua seduttività, nella sua capacità strutturale di essere nuvola. Di accoglierci con le nostre domande, le nostre ossessioni, le nostre nostalgie, le nostre fughe.

Si tratta in ogni caso di una pittura calda nel senso profondo della corrente calda del pensiero inseguita da Ernst Bloch, che interpreta “la pittura espressionista come quella pittura nella quale l’oggetto del dipinto non sono più le cose date in quanto tali, ma nella quale il soggetto viene coinvolto nella deformazione del mondo e si trasforma con esso perché condivide con esso l’origine e la meta preannunciata.” (Micaela Latini).

“In Soggetto-oggetto Bloch cita, fra l’altro, un passo molto bello dell’Estetica di Hegel, in cui, parlando dell’opera d’arte, il filosofo di Stoccarda dice che l’opera d’arte è un godere gli effetti prodotti dall’uomo nel mondo simile a quello di un bambino che getta un sasso nello stagno e ammira i cerchi che vi si formano. Qualcosa di simile accade anche nel controllo della natura: gli uomini la modificano, dirottano fiumi, costruiscono ponti, piantano vigne, oliveti, innalzano terrazzamenti e palazzi, pianificano città.” (Remo Bodei).

Ma a me piace soprattutto l’immagine del bambino che getta un sasso nello stagno e gode delle figure che il suo sasso va a creare nell’acqua, perché penso alla gioia che ha provato Franco Manzoni in tutti i suoi passaggi, in tutte le fasi dei suoi approcci alla pittura, sempre in ricerca e in attesa, di nuove forme, di nuovi paesaggi della mente, di nuove sorprese del colore e degli impasti che nuovi materiali andavano a comporre».

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