Basta un breve sguardo per comprendere che Villa Lagarina costituisce un vero e proprio giacimento culturale dalla notevole rilevanza storica per l'intero trentino.
E' facile riconoscere, nel suo tessuto urbano, un patrimonio genetico unico nel suo genere, modellato e arricchito lungo il percorso dei secoli da preziose sedimentazioni artistiche illuminate dai raggi luminosi di figure straordinarie.
Da piccolo centro contadino alto medievale, la cui fama era legata esclusivamente alla pieve di "Lagaro", il borgo conobbe una rapida ascesa, dal rinascimento in poi grazie al mecenatismo dei Lodron che diedero vita a un fermento culturale molto attivo, particolarmente ricco e vivace, che si protrasse via via anche nell'ultimo secolo.
In una terra così feconda dove l'arte e la cultura si respiravano per strada, era naturale che fiorissero artisti come Attilio Lasta, Carlo e Gino Marzani, l'architetto Pietro Marzani ma, sopratutto, Adalberto Libera e Mario Sandonà.
PARIDE LODRON
Mecenate e precursore illuminato.
Paride Lodron nasce il 13 febbraio 1586 nella residenza fortificata di Castel Nuovo, oggi Castel Noarna. Studia a Bologna e si laurea nella famosa Università di Inglostadt, retta dai Gesuiti, nel 1604; tre anni dopo entra nel capitolo del Duomo di Salisburgo, dove inizia una rapida ascesa ecclesiastica culminata con l’elezione a Principe Arcivescovo di Salisburgo nel 1619.
Paride Lodron è un regnante straordinario e, con la sua politica accorta ed illuminata ,fa acquisire a Salisburgo un ruolo di primaria importanza per il commercio europeo consentendole di essere risparmiata dalla disastrosa querra dei Trent’anni che imperversava in Europa in quel periodo.
Non meno importanti sono i suoi interventi nell’arte e nella cultura con l’istituzione dell’Università e il completamento e la consacrazione del Duomo.
Paride Lodron non dimentica comunque la sua terra d’origine ed a Villa Lagarine fa edificare una nuova chiesa arcipretale con la famosa cappella di S. Ruperto, ricca di pregevoli dipinti; per favorire l’economia della zona istiutisce il Monte di Pietà e realizza un filatoio per la seta.
Il Principe Arcivescovo conte Paris Lodron muore a Salisburgo il 15 dicembre 1653, all’età di 67 anni dopo aver governato per 34 anni, meritandosi il titolo di Padre della Patria.
ADALBERTO LIBERA
Nasce a Villa Lagarina il 16 luglio 1903. Laureatosi in architettura, a Roma nel 1928, si dimostra da subito attento al dibattito sulle moderne tendenze europee: nel 1927 la visita all'esposizione del Werkbund di Stoccarda, assieme a Gino Pollini e a Carlo Enrico Rava, segna il suo ingresso nel Gruppo 7 e il primo confronto in ambito internazionale.
L'impegno per la diffusione della moderna architettura europea attraverso l'organizzazione, nel 1928, della I° mostra di architettura razionale e la creazione, nel 1930, del Movimento italiano per l'architettura professionale. Dopo gli iniziali lavori – la scuola R. Sanzio a Trento (1931-34) ed il palazzo postale sull'Aventino a Roma (1933-34) le tappe successive del percorso Libera si snodano fra la realizzazione degli allestimenti per le mostre del regime (Mostra del decennale della rivoluzione fascista, 1932; Mostra delle colonie estive al Circo Massimo, 1937-39) e per le esposizioni internazionali (padiglione di Chicago, 1933; padiglione di Bruxelles, 1935) e la partecipazione ai concorsi per le grandi opere romane (palazzo del Littorio, 1934; piano di Aprilia, 1936; palazzo dei ricevimenti e dei congressi, 1937-42; arco simbolico, 1937-40; palazzo dell'acqua e della luce, 1939).
Nel dopoguerra si impegna intorno al tema dell'abitazione, anticipando le ricerche che condurrà nel programma di ricostruzione dell'INA Casa (quartiere Tùscolano a Roma, 1950-54). Nel 1953 diventa docente alla facoltà di architettura dell'Università di Firenze; nel 1962 passa ad insegnare all'Ateneo romano. Sono di questi anni il concorso mancato per la sede della Democrazia Cristiana all'EUR (1956-57) ma anche importanti incarichi come il Palazzo della Regione Trentino Alto Adige (1953-63) e il quartiere Villaggio Olimpico per i Giochi di Roma (1957-60).
Libera muore il 17 marzo 1963.
MARIO SANDONÀ
Nasce a Villa Lagarina il 22 agosto 1877.
Dopo aver compiuto gli studi superiori presso l'Istituto Tecnico di Trento, nel 1897 si trasferisce a Vienna dove approfondisce la sua formazione. Dopo il conseguimento del diploma entra nel prstigioso studio di Max Fabiani che lo avvia all'attività professionale e sorattutto sostiene il suo progressivo inserimento nelle istituzioni artistiche dell'impero. Mentre nel 1903 progetta le edicole nel cimitero di Villa Lagarina, nel 1904 rientra definitivamente in trentino con la qualifica di professore dell'Istituto Tecnico di Trento e di corrsipondente del Tirolo dell K.K Zentral Kommission preposta alla conservazione dei monumenti. Nel giugno 1907 viene promosso Konservator per i distretti di Mezzolombardo e di Trento e per la stessa città di Trento; con questo incarico, fra il 1906 e il 1911, Sandonà dirige i lavori di restauro della Torre Aquila e della loggetta clesiana nel Castello del Buonconsiglio e studia una serie di interventi conservativi per il Castello di Avio. Nel 1911 progetta la sua casa di abitazione.
Dopo la prima guerra mondiale trascorre lunghi periodi a Firenze, Roma, Parigi dove frequenta gli ambienti artistici e culturali che avranno una profonda influenza sul consolidarsi dei suoi interessi verso la pittura. Nel 1928, prende parte alla I° mostra trentina d'arte e , l'anno successivo, alla Mostra d'avanguardia. Alla Mostra Sindacale nel 1930 presnta "Napoleone a Mosca" opera importante per la sua ricerca pittorica. Alla fine degli anni venti, dopo le delusioni della pratica architettornica, dedica il suo impegno esclusivamente alla pittura. Prende parte atutte le Mostre Sindacali trentine fino al 1942, affrontando spesso l'avversione della critica e del pubblico. A Rovereto nel 1943 pubblica "Amenità di provincia" dove spiega la sua idea di pittura. Negli anni del dopoguerra interviene nuovamente sulla stampa locale, affrontando tematiche di ordine urbanistico ed architettonico (la zona del Duomo, il palazzo Pretorio, il Castello del Buonconsiglio).
Muore a Milano il 19 dicembre 1957.
ATTILIO LASTA
Nacque a Villa Lagarina il 27 aprile 1886 in una famiglia benestante che si preoccupò seriamente della formazione dei propri figli.
Attilio, dopo la scuola popolare, frequentò il Collegio di Amras nel Tirolo orientale, seguendo corsi di artigianato ed arte. Al ritorno dall'Austria la pittura era già la sua preoccupazione dominante: le tappe del suo itinerario culturale si snodarono tra Verona, Milano (nello studio del pittore Tallone), Venezia (alla scuola di Tito) e Firenze. Gli incontri e le suggestioni furono molteplici: le più importanti quelle suscitate dalla pittura del Bezzi e del Segantini per arrivare forse all'incontro più significativo, non solo dal punto di vista umano ma anche dal punto di vista tecnico, a Trento, con il Ratini.
Prima dell'esperienza della guerra a Wels, trascorsa peraltro in libertà dagli impegni militari in quanto arruolato come pittore, Attilio Lasta partecipò, seppure non da protagonista di primo piano, all'esperienza anticipatrice di Ca' Pesaro, della quale conservò per tutta la vita il sentimento profondo del colore come lingua più espressiva e complessa.
Lasta dedicò la parte più importante della sua esperienza pittorica al paesaggio grossomodo fino al 1928. La natura morta subentro' nel suo universo creativo subito dopo e divenne praticamente regina assoluta della sua pittura nella quale usava il linguaggio della luce, i suoi effetti cromatici e i suoi echi poetici.
Esiste un legame tra il paesaggio e la natura morta luminosa di Attilio Lasta: entrambe si abbeverano ad un'unica sorgente, quella della visione serena ed armonica della natura e della vita colta nei momenti di più efficace luminescenza.
Le nature morte del Nostro riescono a "parlare", a riempire lo spazio vuoto dello sguardo perché sono trasformate nella loro materialità da un ricercato chiaroscuro, frutto sia di un accostamento ad un'ora particolare del giorno, sia di un ricercato artificio coloristico.
Nel ritmo di una pittura maturata tecnicamente con indiscutibili risultati, c'è anche il fremito di un'espressione creativa originale che va colta in tutto il suo spessore lirico ed inventivo, distinguendola da una pittura di maniera piacevole e accattivante.
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